Progetti collettivi

La sezione è dedicata esclusivamente alle attività del gruppo. Una costante vetrina su temi e questioni sociali che verranno affrontate fotograficamente nel corso degli anni.

Il nuovo progetto fotografico del collettivo Spontanea dal titolo “Lo stesso posto” si confronta ancora una volta con un tema che consente agli autori di rimanere in bilico sul confine labile e mutevole che la Street Photography spesso comporta in termini di approccio, lasciando ampia libertà d’interpretare un aspetto che rappresenta una coordinata ineludibile dell’esperienza e dell’esistenza umana, del suo agire e del suo pensare: il luogo, uno spazio vissuto nel quale si articola il suo essere-nel-mondo.
Nasce l’idea di osservare attentamente e meticolosamente un medesimo posto inteso non solo nella sua accezione fisica e spaziale, ma nella sua espressione di ambito d’interazione sociale, struttura di sentimento individuale e collettivo, centro di significato che evolve continuamente modificandosi nel tempo.
Infatti, è proprio la visione delle persone fotografate – protagoniste indiscusse di tutto il progetto – anziché la personale interpretazione dell’autore, ad attribuire a quel particolare spazio il valore di realtà unica, con una sua storia, una sua memoria e un significato che ne definisce il senso. E’ l’uomo stesso quindi che riconosce attraverso il pensiero, un luogo e lo nomina.
Le immagini ben evidenziano i profondi e complessi legami che intercorrono tra luogo, cultura e identità; rivelando altresì le emozioni e i sentimenti che ogni autore sente verso quel particolare ambiente.
Le molteplici e diverse espressioni dei volti, i ripetuti e inconsapevoli gesti, gli oggetti, le forme e le sagome dei paesaggi urbani dai contorni sfumati e le atmosfere sfuggenti e surreali raccontano dei tanti e possibili “stesso posto”.
Luoghi nei quali s’intrecciano le origini, la memoria e le tradizioni di una città, espressioni di una cultura antica; spazio “di transizione tra l’intimità domestica e la strada”, dove il tempo sembra essersi fermato e la solitudine dell’uomo è solo apparente, poiché dietro ogni uscio ci sono storie che s’incontrano e si accolgono; luoghi come casa, dimora dell’anima, del suo stare e del suo traumatico sradicamento.
Luoghi di appartenenza e d’identità collettiva dove le energie e le tensioni di un gruppo crescono e si focalizzano in emozioni forti e liberatorie o che parlano di musica, di suoni, di gente che vive e condivide una passione; o come parti di città – luoghi nei luoghi – punto d’incontro di una dipendenza che delimita, così come per gli spazi, una precisa condizione umana.
Ma un posto può essere intriso di profonda carica spirituale e lo spazio diventa sacro: luogo della trascendenza e di mediazione tra dimensione mondana e divina.
Posti dove è possibile riflettere sulla propria condizione umana nella misura in cui si riesce a comprendere e a rispettare l’altro nella sua diversità, come quella animale; o dove l’umanità con le sue fragilità, non solo fisiche, si rivela e s’incontra.
Gli scatti ben descrivono la riflessione e tutto il percorso personale fatto dagli autori nel mettere in evidenza quanto i luoghi, nella loro quotidianità, abbiano la prerogativa di essere identitari e relazionali, mostrando tutta la carica affettiva ed emozionale degli stessi, fino al superamento di tali peculiarità per immortalare una dimensione spaziale definita non-luogo, dove gli individui s’incrociano senza mai entrare in relazione.
L’io materiale non vi abita.
L’audacia e il senso d’ironia di questi autori mostrano un cielo come posto dell’immaginario e dell’astratto, dove improbabili coincidenze e fortuiti sincronismi sono accuratamente catturati; oppure mostrano l’individuo scrutato all’interno del suo abitacolo, raccontando di solitari pensieri; oppure un non-luogo, quale un occhio bendato, che nella sua semplicità fisica è capace di orientare la ricerca dell’autore che, spinto da un inconsapevole impulso, rincorre una serialità che dà senso e significato all’atto del fotografare.
Appare dunque evidente come i luoghi in cui si vive, spesso ignorati per la fretta esistenziale dei nostri tempi, siano molto importanti. Essi non sono solo degli elementi ri-conosciuti di un paesaggio urbano che da sempre rappresentano punti di riferimento all’interno del proprio spazio vitale, ma consentono all’orientamento nel tempo della propria esistenza, come riferimenti costanti dei diversi stadi della vita perché depositari di ricordi ed esperienze profonde che sedimentate diventano memoria.

Lia Amodio

Progetti

“Le città sono un insieme: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio […] ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”

Italo Calvino, Le città invisibili

Il progetto City limits, del collettivo SPontanea, nasce dal desiderio degli autori di confrontarsi con un tema che si presta inesorabilmente a molteplici interpretazioni poiché il concetto stesso di limite coinvolge tutta la dimensione antropica assumendo di volta in volta connotazioni diverse, legate ai significati attribuitigli; infatti, questi investono tanto gli aspetti di carattere psicologico-esistenziale, tanto quelli di carattere urbanistico-territoriale. Misurarsi quindi con il limite delle città ha significato innanzitutto stabilire, attraverso una personale e sentita riflessione, quali ambiti dell’esistenza umana preferire e analizzare, nel rispetto di un approccio fotografico, quello della Street Photography, che ne privilegia gli aspetti più comuni e quotidiani; parvenze che circondano l’uomo e che diventano parte integrante del suo vissuto.

Ed è per questo che gli scatti di ogni autore si soffermano su tutto ciò che per l’essere umano può rappresentare un limite, sia esso concreto o ideale, sia esso un ostacolo, un confine da superare o una condizione con cui convivere. La città, protagonista assoluta, con i suoi vuoti, la sua corporeità invadente, il suo decadimento, diventa luogo reale nel quale si riversa tutto il limite esistenziale, che si materializza nel silenzio, nella solitudine, nell’angoscia e nel degrado dell’anima. Essa, rivela i suoi limiti strutturali, diventa prigione con i suoi muri, le sue grate e le sue delimitazioni, nelle quali l’uomo deve imparare a perdersi e a orientarsi; ma diviene anche spazio sfumato, i cui contorni urbani si perdono nella notte, si dissolvono in attese e speranze.

L’oltre, naturale attrazione e desiderio di sconfinamento, spinge l’uomo a superare i suoi stessi limiti, materiali o ideali che siano, e lo rende protagonista del vivere la città con le sue contraddizioni e le sue emozioni.

Le immagini, ben rappresentano un lavoro corale, il cui significato si evince proprio dalla loro omogeneità e coerenza visiva nel suo insieme, poiché ogni autore esprime un carattere unico e allo stesso tempo particolare ed essenziale di quello che è il progetto “City limits”; inoltre, spingono l’osservatore verso ulteriori riflessioni – superando il limite stesso proposto dagli autori e il suo significato – e a chiedersi, oggi più che mai, quale sia il giusto rapporto che intercorre tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda, quale sinergia si crea, come l’uno possa influenzare l’altro e rendere tale simbiosi un evento positivo e costruttivo nel presente quanto in un lontano futuro.

Lia Amodio

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