Prigioniero della privacy

Umberto Verdoliva

Nel 2012 Cinquantacinque grandi fotografi italiani hanno lanciato un grido di allarme portando in mostra in tutta Italia una protesta vistosa e reale.
Il titolo della mostra era “VIETATO! I limiti che cambiano la fotografia”, una mostra denuncia sulla “psicosi da privacy” e dei rischi economici che potrebbero esporre i fotografi a richieste risarcitorie insostenibili anche a distanza di tempo.
Essi hanno accettato, consentendo un intervento censorio, ovvero, di porre fisicamente una “pecetta” sugli occhi dei soggetti principali, eliminando la parte più espressiva e comunicativa della loro fotografia.

Il mio progetto “Prigioniero della privacy” chiuso nel 2009 con una pubblicazione su Repubblica.it viceversa, pur essendo una chiara protesta sulla necessità di regolarizzare la nostra attività di fotografi e di confermare, nell’arte fotografica, la “street phography” come simbolo di libertà d’espressione, vuole evidenziare provocatoriamente che tipo di condizionamento avviene nei comportamenti del fotografo colpiti da psicosi da privacy.
Spesso, inconsciamente, si cerca di trovare espedienti compositivi originali per raccontare l’immediatezza del momento e di testimoniare il costume di un popolo e di una epoca.
Attraverso tanta fantasia e spero originalità ho tentato di far questo, ma alla fine, sinceramente, non riesco ad immaginare cosa fotograficamente potrà rimanere della nostra società tra cinquantanni nascondendo volutamente la riconoscibilità dei soggetti.

Un problema che i grandi autori del passato, mi sembra, hanno avuto marginalmente.

Amiamo ancora i loro grandi scatti anche perché ci hanno avvicinato, fatto comprendere l’umanità… sarà così sempre?


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